Burkina Faso. Scavando senza sosta in una cava di granito, tra la Coppa d’Africa e un Colpo di Stato

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Ouagadougou quarry - (c) John Wessels, AFP Photo

Ouagadougou quarry - (c) John Wessels, AFP Photo

Ci sono uomini e donne, in Burkina Faso, che sopravvivono sospesi nel tempo, invisibili agli occhi di un mondo che distrattamente segue il loro paese per una Coppa che sta togliendo giocatori di calcio ai campionati europei e l’ennesimo colpo di stato africano.

E così, mentre gli stalloni, come sono soprannominati i giocatori della nazionale, vivono il sogno di vincere finalmente la Coppa d’Africa, il Paese è teatro di un golpe militare che ha portato alla deposizione del presidente Roch Marc Christian Kaboré.

All’annuncio dell’Unione Africana di sospendere il Burkina Faso, la giunta militare al potere, il Movimento patriottico per la salvaguardia e la restaurazione, ha dichiarato che garantirà “la continuità dello Stato in attesa dell’istituzione degli organi di transizione”.

Questo clima di attesa e di stravolgimenti, però, non interessa tutti allo stesso modo, ci sono uomini e donne che continuano a consumare la propria esistenza con un’unica speranza: sopravvivere alla giornata, persone che hanno come unico futuro il giorno seguente.

Nel centro della capitale Ouagadougou si apre tra case e strade un gigantesco cratere dal quale salgono fumi tossici e nubi di polvere, inghiottendo uomini e donne che per uno o due dollari al giorno estraggono e trasportano in superficie blocchi di granito.

La cava è lì da 40 anni, scavata interamente a mano; gli uomini armati di martello e scalpello – senza protezione – rompono le rocce più grandi, mentre le donne trasportano le pietre con recipienti metallici posizionati sulla testa fino sulla strada.

Il granito viene utilizzato nella costruzione di edifici o per lastricare strade, e per rompere i pezzi più grandi ci si aiuta con il fuoco, alimentato da vecchi pneumatici che sprigionano fumi tossici respirati a pieni polmoni.

È così ogni giorno: uomini, donne ma anche bambini, perché molte donne oltre il peso delle pietre portano sulle spalle anche quello dei figli. Riusciamo a rimanere indifferenti a chi è in difficoltà nelle nostre strade, figuriamoci se ci sentiamo vicini a qualcuno che neanche vediamo. Dov’è il Burkina Faso?

Ma oggi, nello scorrere veloce il pollice sul telefono, è facile imbattersi in un post di un’agenzia: il social da “non-luogo” diventa strada comune e una fotografia diventa una storia che non deve farci girare dall’altra parte, ma indirizzare il nostro sguardo sulla sofferenza di quei volti, perché il primo passo nell’aiutare qualcuno è riconoscerlo nostro prossimo.

Mauro Monti
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