Hiroshima, 6 agosto 1945: la vita oltre la morte

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Hiroshima - Kurihara Sadako, Pedro Arrupe

Il 6 agosto 1945 l’uomo sperimenta in guerra l’arma totale: il bombardiere americano Enola Gay alle 8:15 del mattino sgancia la bomba atomica sulla città di Hiroshima causando, insieme a quella di Nagasaki, tra le 150mila e le 220mila vittime, quasi esclusivamente civili.

Quell’unico ordigno capace di sprigionare una distruzione mai vista, porterà l’inferno in un raggio di diversi chilometri propagandosi come onde in uno stagno colpito da un sasso.

Ma anche un giorno di morte come quello può essere testimone di vita, una nuova vita che nasce o quella spesa in aiuto dei sopravvissuti. E così, in quel momento che sembrava senza futuro, in un mondo che appariva perso per sempre, la speranza è riuscita in qualche modo a mantenersi viva.

Due storie: quella di un uomo e di una donna, un missionario gesuita che sarebbe poi diventato Superiore Generale della Compagnia di Gesù e una poetessa.

Kurihara Sadako

Kurihara Sadako (1913 – 2005)

Scrittrice e, dopo la guerra, attivista nei movimenti anti-nucleari, nata e vissuta a Hiroshima, Kurihara Sadako è sopravvissuta alla bomba atomica. È stata tra i primi a raccontare quella tragedia e per questo, soprattutto all’inizio, ha dovuto subire molte resistenze da parte del governo post bellico giapponese che non voleva che si alimentasse un pensiero antiamericano.

Ha raccontato che in quei momenti non sapevano chi sarebbe morto soltanto un’ora dopo, “si diceva che la caduta dei capelli significasse l’ora della morte e quando incontravamo qualcuno, invece di salutarci, ci tiravamo i capelli a vicenda chiedendo all’altro: “ti stanno cadendo i capelli?”. Le persone morivano una dopo l’altra e tutti noi avevamo paura di essere i prossimi. Sentivamo che il nostro quartiere era stato maledetto dalla morte”.

La prima poesia scritta da Kurihara sull’esperienza dell’atomica è Umashimen kana (Nasce una nuova vita) da una testimonianza diretta sulla nascita di un bambino in un seminterrato, un fatto realmente accaduto.

Una donna, nascosta nel buio dello scantinato di un palazzo distrutto dalla bomba, viene aiutata a partorire da un’anziana ostetrica che muore poco dopo; questo forte messaggio di speranza, di una nuova vita che nasce tra le macerie, più forte della morte, commuove Kurihara e la spinge a fissare quelle emozioni su carta, di getto, su una piccola porzione di una pagina del suo vecchio taccuino. Era il 30 agosto.

We shall bring forth new life 
Sadako Kurihara
(Traduzione di Wayne Lammers)
  
  
 It was night in the basement of a broken building
 Victims of the atomic bomb
 Crowded into the candleless darkness,
 Filling the room to overflowing---
 The smell of fresh blood, the stench of death,
 The stuffiness of human sweat, the writhing moans---
 When, out of darkness, came a wondrous voice.
 “ Oh! The baby’s coming!” it said.
 In the basement turned into living hell
 A young woman had gone into labor!
 The others forgot their own pain in their concern:
 What could they do for her, having not even a match
 To bring light to the darkness?
 Then came another voice: “I am a midwife.
 I can help her with the baby.”
 It was a woman who had been moaning in pain only moments before.
 And so, a new life was born
 In the darkness of that living hell.
 And so, the midwife died before the dawn,
 Still soaked in the blood of her own wounds.
 We shall give forth life!
 We shall bring forth life!
 Even to our death. 

Questa poesia, diventata poi il simbolo della sua poetica e tradotta in molte lingue, rappresenta un forte messaggio di speranza e come spiegato da Kurihara Sadako: “il bambino rappresenta la stessa Hiroshima, che rivela una speranza di pace nel mondo nata dalle macerie”.

Pedro Arrupe, sj

Pedro Arrupe (1907 – 1991)

L’altra storia di speranza ha come protagonista Pedro Arrupe, gesuita di Bilbao, futuro Generale della Compagnia, in quel tempo missionario in Giappone come San Francesco Saverio. Anche lui fu testimone della tragedia e in prima fila nell’aiuto ai sopravvissuti.

Quel giorno Padre Arrupe si trovava nel noviziato gesuita di Hiroshima. Vide una luce potentissima e sentì un’esplosione simile al fragore di un terribile uragano, che si portò via porte, finestre, vetri, pareti, mobili.

Come racconta nel suo libro “Ho vissuto la bomba atomica”: “Correvamo nei campi di riso che circondavano la nostra casa per trovare il luogo in cui era caduta la bomba quando, dopo un quarto d’ora, vedemmo che dalla città si stava alzando una nube densa, nella quale si distinguevano chiaramente grandi fiamme. Salimmo su una collina e da lì riuscimmo a vedere solo macerie: Hiroshima era rasa al suolo, sembrava un grande lago di fuoco”.

Padre Arrupe trasformò rapidamente il noviziato in un ospedale da campo per assistere i feriti. L’équipe improvvisata, saggiamente diretta dal sacerdote che aveva studiato medicina, riuscì a salvare centinaia di vite assistendo tutti con rapidità e perizia.

Come si legge ancora nel suo libro: “Il fiume era pieno di disperati che erano rimasti intrappolati nel fango mentre saliva la marea; si sentivano le grida dei bambini, il silenzio dei cadaveri inceneriti, un olocausto”.

Era circondato da un vero inferno.

Nel 1955, intervistato da un giovanissimo Gabriel García Márquez, padre Arrupe disse che “l’esplosione della prima bomba atomica può essere considerata un evento al di sopra della storia. Non è un ricordo, è un’esperienza perpetua che non cessa con il tic-tac dell’orologio (…) Hiroshima non ha rapporto con il tempo: appartiene all’eternità”.

Raccontò, sempre in quella intervista, che prima di mezzogiorno iniziarono a svilupparsi strani fenomeni atmosferici: prima la pioggia, con un violento acquazzone che spense le fiamme in meno di un’ora e poi un tremendo uragano che trascinò nell’aria enormi tronchi di alberi carbonizzati, ruote di veicoli, animali morti e ogni tipo di macerie. Un uragano apocalittico che contribuì ad aggravare la confusione e il terrore.

A Hiroshima c’erano 260 medici, 200 di loro morirono sul colpo per l’esplosione. La maggior parte degli altri rimasta ferita. Mancavano inoltre i mezzi e i farmaci per aiutare le vittime. Le farmacie erano scomparse sotto le macerie.

In quel momento si verificò un episodio che può essere definito miracoloso: in mezzo a tutto quel caos, un abitante del villaggio mise a disposizione del sacerdote un sacco con 20 chili di acido borico con il quale furono effettuate le prime medicazioni.

Nel buio di quell’inferno una luce contribuì a non spegnere la speranza nel futuro.

Mauro Monti
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