Papa Francesco: John Henry Newman santo

John Henry Newman

Tu guida i miei passi, luce gentile,
non chiedo di vedere assai lontano,
mi basta un passo, solo il primo passo,
conducimi avanti, luce gentile.

Queste sono le famose parole della preghiera scritta da John Henry Newman nel 1833 quando, ancora anglicano, stava lasciando la Sicilia per fare ritorno in Inghilterra, appena ripresosi da una grave malattia.

Quel primo passo, illuminato da una luce gentile lo avrebbe portato fin sugli altari della Chiesa Cattolica.

Papa Francesco ha autorizzato martedì 12 febbraio 2019 il Dicastero della Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare i Decreti riguardanti due prossimi nuovi santi: la religiosa indiana Maria Teresa Chiramel Mankidiyan, fondatrice della Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia e, appunto, il cardinale John Henry Newman, riconoscendone l’intercessione nella nascita di un bambino che rischiava di non vedere la luce.

Newman (Londra 21 febbraio 1801 – Edgbaston, Birmingham 11 agosto 1890) padre anglicano e madre evangelica, si appassionò alla fede fin da giovanissimo fino a diventare diacono della Chiesa anglicana; dopo un intenso percorso di studi teologici, riflessione e preghiera, si convertì alla fede cattolica: “I Padri mi hanno fatto diventare cattolico”, diceva.

Il 30 maggio 1847, nel Palazzo di Propaganda Fide a Roma, fu ordinato sacerdote e al suo ritorno in Inghilterra istituì l’Oratorio di San Filippo Neri.

Ma non fu quella la prima volta che Newman visitò Roma.

Prima visita a Roma: 1833, da “turista”

La prima volta fu nella primavera del 1833, invitato da un gruppo di amici in partenza per un lungo viaggio nel Sud Europa. Partirono l’8 dicembre 1832 a bordo della nave Hermes, un’imbarcazione da rifornimento militare destinata alle guarnigioni britanniche nel Mediterraneo; raggiunsero prima Gibilterra, quindi Malta, dove trascorsero un mese, Napoli e Roma, dove arrivarono la sera del 2 marzo.

Nelle numerose lettere scritte da Newman durante il suo soggiorno romano che si protrasse fino alla prima settimana di aprile del 1833, si distinguono tre punti di vista principali sulla città: prima di tutto la “grandezza pagana” di Roma, con le grandi rovine imperiali e il doloroso ricordo del martirio cristiano, poi quella che oggi definiremmo la “grande bellezza” di chiese, ponti, fontane, e opere d’arte del Rinascimento; ultimo, anche se dominante, la presenza viva del cristianesimo. Due cose però lo infastidivano: il mercato delle indulgenze e la devozione popolare per i santi.

Nelle sue lettere ad amici e parenti è sempre presente l’elogio della città eterna: ” Roma … è di tutte le città la prima, e … tutto ciò che ho visto non è che polvere, anche la cara Oxford compresa, rispetto alla sua maestà e gloria. Roma diventa ogni giorno più meravigliosa”.

Emerge in questo primo soggiorno, la sua avversione per quello che lui definiva “il sistema romano”: parlando di una funzione alla quale aveva assistito, a Santa Maria sopra Minerva, dopo aver descritto in circa settecento parole il fasto, lo spettacolo, i lussuosi abiti e paramenti dell’altare, l’apparizione del Sommo Pontefice e della “corte di Roma”, aggiunse semplicemente: “Inoltre, è stata celebrata la Messa”.

Pochi giorni dopo aver lasciato la città, convinto di non rivederla mai più, riassume così la sua esperienza: “Roma è un posto molto difficile da descrivere a parole, il sistema cristiano è deplorevolmente corrotto, tuttavia le reliquie degli Apostoli giacciono lì, e l’attuale clero è loro discendente”.

Seconda visita a Roma: 1846, l’ordinazione sacerdotale

Tredici anni dopo, ai primi di novembre del 1846, arrivò a Roma per preparare la sua ordinazione al sacerdozio al Collegio di Propaganda Fide.
Newman e il suo amico Ambrose St John, entrambi laureati a Oxford ed entrambi convertiti, erano ora insieme ad altri giovani seminaristi stranieri, molti dei quali provenienti dai paesi di missione della Chiesa. Newman menziona “indiani, africani, scozzesi, americani, cinesi, egiziani, albanesi, tedeschi, irlandesi”. Lui e Ambrogio San Giovanni erano gli unici studenti inglesi.

Lasciò Roma all’inizio del dicembre del 1847, da sacerdote cattolico, pronto al suo ritorno in Inghilterra, a fondare un oratorio inglese a Maryvale, vicino a Birmingham.

Terza visita a Roma: 1856

Dieci anni dopo l’ultima sua visita, Newman fece ritorno a Roma da Rettore dell’Università Cattolica di Dublino per un breve periodo, per curare alcuni affari dell’Oratorio.

Quarta visita a Roma: 1879, Leone XIII lo ordina cardinale

Newman tornò a Roma nel suo settantanovesimo anno, dal 24 aprile al 4 giugno 1879, un viaggio che risultò particolarmente faticoso per il suo stato di salute. Il 12 maggio, durante una cerimonia alla residenza del cardinale Howard, ricevette il biglietto ufficiale nel quale Papa Leone XIII gli comunicava la nomina a cardinale, che si sarebbe celebrata il 15 maggio.

Un riconoscimento questo, della Chiesa Cattolica che, nelle stesse parole di Newman, metteva fine a tutte le polemiche sul suo insegnamento.
Nel famoso discorso del Biglietto, le sue parole sullo spirito del liberalismo nella religione risuonano quanto mai attuali:

“Per trenta, quaranta, cinquant’anni ho cercato di contrastare con tutte le mie forze lo spirito del liberalismo nella religione. Mai la santa Chiesa ha avuto maggiore necessità di qualcuno che vi si opponesse più di oggi, quando, ahimé! Si tratta ormai di un errore che si estende come trappola mortale su tutta la terra; e nella presente occasione, così grande per me, quando è naturale che io estenda lo sguardo a tutto il mondo, alla santa Chiesa e al suo futuro, non sarà spero ritenuto inopportuno che io rinnovi quella condanna che già così spesso ho pronunciato. Il liberalismo in campo religioso è la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro, e questa è una convinzione che ogni giorno acquista più credito e forza. È contro qualunque riconoscimento di una religione come vera. Insegna che tutte devono essere tollerate, perché per tutte si tratta di una questione di opinioni. La religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e una preferenza personale; non un fatto oggettivo o miracoloso; ed è un diritto di ciascun individuo farle dire tutto ciò che più colpisce la sua fantasia”.

“Nel pensiero liberale c’è molto di buono e di vero; basta citare, ad esempio, i principi di giustizia, onestà, sobrietà, autocontrollo, benevolenza che, come ho già notato, sono tra i suoi principi più proclamati e costituiscono leggi naturali della società. È solo quando ci accorgiamo che questo bell’elenco di principi è inteso a mettere da parte e cancellare completamente la religione, che ci troviamo costretti a condannare il liberalismo. Invero, non c’è mai stato un piano del Nemico così abilmente architettato e con più grandi possibilità di riuscita. E, di fatto, esso sta ampiamente raggiungendo i suoi scopi, attirando nei propri ranghi moltissimi uomini capaci, seri ed onesti, anziani stimati, dotati di lunga esperienza, e giovani di belle speranze”.

Cosa deve fare allora la Chiesa? “Normalmente – conclude Newman – la Chiesa non deve far altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza di Dio. “Gli umili erediteranno la terra e godranno di una gran pace” (Ps 37, 11)”.

Due affermazioni di Newman in particolare, caratterizzano la sua attività pastorale: “Il cuore parla al cuore” e “diffondere ovunque il profumo di Cristo”.

Desiderio di essere in comunione con il Cuore di Dio

Come ha ricordato Papa Benedetto XVI, il 19 settembre 2010 a Cofton Park di Rednal – Birmingham, durante il Viaggio Apostolico nel Regno Unito, il motto del Cardinale Newman era “Cor ad cor loquitur” (Il cuore parla al cuore) e questo ha aggiunto il Papa, “ci permette di penetrare nella sua comprensione della vita cristiana come chiamata alla santità, sperimentata come l’intenso desiderio del cuore umano di entrare in intima comunione con il Cuore di Dio. Egli ci rammenta che la fedeltà alla preghiera ci trasforma gradualmente nell’immagine divina. Come scrisse in uno dei suoi forbiti sermoni: “l’abitudine alla preghiera, che è pratica di rivolgersi a Dio e al mondo invisibile in ogni stagione, in ogni luogo, in ogni emergenza, la preghiera, dico, ha ciò che può essere chiamato un effetto naturale nello spiritualizzare ed elevare l’anima. Un uomo non è più ciò che era prima; gradualmente… ha interiorizzato un nuovo sistema di idee ed è divenuto impregnato di freschi principi” (Parochial and plain sermons, IV, 230-231).

“Il nostro divino Maestro – ha aggiunto il Papa – ha assegnato un compito specifico a ciascuno di noi, un “servizio ben definito”, affidato unicamente ad ogni singolo: “io ho la mia missione – scrisse Newman – sono un anello in una catena, un vincolo di connessione fra persone. Egli non mi ha creato per niente. Farò il bene, compirò la sua opera; sarò un angelo di pace, un predicatore di verità proprio nel mio posto… se lo faccio obbedirò ai suoi comandamenti e lo servirò nella mia vocazione” (Meditations and devotions, 301-2)”.

Ricerca della verità

Nella veglia di preghiera per la beatificazione, il 18 settembre del 2010 a Londra, Benedetto XVI ha ricordato che Newman “Ci insegna che se abbiamo accolto la verità di Cristo e abbiamo impegnato la nostra vita per lui, non vi può essere separazione tra ciò che crediamo ed il modo in cui viviamo la nostra esistenza”. “L’esistenza di Newman – aggiunge – ci insegna che la passione per la verità, per l’onestà intellettuale e per la conversione genuina comportano un grande prezzo da pagare. La verità che ci rende liberi non può essere trattenuta per noi stessi; esige la testimonianza, ha bisogno di essere udita, ed in fondo la sua potenza di convincere viene da essa stessa e non dall’umana eloquenza o dai ragionamenti nei quali può essere adagiata”.

Entrare in porto dopo una traversata agitata

Quella di Newman è stata dunque una vita scandita dalla ricerca della verità. Nei propri scritti, paragona il proprio cammino di conversione all’approdo nel porto dopo una furiosa tempesta:

“Al momento della conversione non mi rendevo conto io stesso del cambiamento intellettuale e morale operato nella mia mente. Non mi pareva di avere una fede più salda nelle verità fondamentali della rivelazione, né una maggior padronanza di me; il mio fervore non era cresciuto; ma avevo l’impressione di entrare in porto dopo una traversata agitata; per questo la mia felicità, da allora ad oggi, è rimasta inalterata”.

Una vita chiamata alla santità

Nella Messa per la beatificazione, il 19 settembre del 2010 a Birmingham, Benedetto XVI ricorda che il cardinale Newman visse “la visione profondamente umana del ministero sacerdotale nella devota cura per la gente di Birmingham durante gli anni spesi nell’Oratorio da lui fondato, visitando i malati ed i poveri, confortando i derelitti, prendendosi cura di quanti erano in prigione”. ”Non meraviglia – aveva aggiunto – che alla sua morte molte migliaia di persone si posero in fila per le strade del luogo mentre il suo corpo veniva portato alla sepoltura”. Il motto del cardinale Newman, Cor ad cor loquitur (“il cuore parla al cuore”) – aveva sottolineato Benedetto XVI – “ci permette di penetrare nella sua comprensione della vita cristiana come chiamata alla santità, sperimentata come l’intenso desiderio del cuore umano di entrare in intima comunione con il Cuore di Dio”.

Il messaggio attuale di Newman

Che cosa ha da dirci oggi Newman? Dobbiamo imparare dalle tre conversioni di Newman – ha detto Benedetto XVI negli auguri natalizi alla Curia romana il 20 dicembre 2010 – perché sono passi di un cammino spirituale che ci interessa tutti. Vorrei qui mettere in risalto solo la prima conversione: quella alla fede nel Dio vivente. Fino a quel momento, Newman pensava come la media degli uomini del suo tempo e come la media degli uomini anche di oggi, che non escludono semplicemente l’esistenza di Dio, ma la considerano comunque come qualcosa di insicuro, che non ha alcun ruolo essenziale nella propria vita. Veramente reale appariva a lui, come agli uomini del suo e del nostro tempo, l’empirico, ciò che è materialmente afferrabile. È questa la “realtà” secondo cui ci si orienta. Il “reale” è ciò che è afferrabile, sono le cose che si possono calcolare e prendere in mano. Nella sua conversione Newman riconosce che le cose stanno proprio al contrario: che Dio e l’anima, l’essere se stesso dell’uomo a livello spirituale, costituiscono ciò che è veramente reale, ciò che conta. Sono molto più reali degli oggetti afferrabili. Questa conversione significa una svolta copernicana. Ciò che fino ad allora era apparso irreale e secondario si rivela come la cosa veramente decisiva. Dove avviene una tale conversione, non cambia semplicemente una teoria, cambia la forma fondamentale della vita. Di tale conversione noi tutti abbiamo sempre di nuovo bisogno: allora siamo sulla via retta.

La forza motrice che spingeva sul cammino della conversione era in Newman la coscienza. Ma che cosa si intende con ciò? Nel pensiero moderno, la parola “coscienza” significa che in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione. Il mondo viene diviso negli ambiti dell’oggettivo e del soggettivo. All’oggettivo appartengono le cose che si possono calcolare e verificare mediante l’esperimento. La religione e la morale sono sottratte a questi metodi e perciò sono considerate come ambito del soggettivo. Qui non esisterebbero, in ultima analisi, dei criteri oggettivi. L’ultima istanza che qui può decidere sarebbe pertanto solo il soggetto, e con la parola “coscienza” si esprime, appunto, questo: in questo ambito può decidere solo il singolo, l’individuo con le sue intuizioni ed esperienze. La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta. Per lui “coscienza” significa la capacità di verità dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza – religione e morale – una verità, la verità. La coscienza, la capacità dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che cerca col cuore aperto. Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino della coscienza – un cammino non della soggettività che si afferma, ma, proprio al contrario, dell’obbedienza verso la verità che passo passo si apriva a lui. La sua terza conversione, quella al Cattolicesimo, esigeva da lui di abbandonare quasi tutto ciò che gli era caro e prezioso: i suoi averi e la sua professione, il suo grado accademico, i legami familiari e molti amici. La rinuncia che l’obbedienza verso la verità, la sua coscienza, gli chiedeva, andava ancora oltre. Newman era sempre stato consapevole di avere una missione per l’Inghilterra. Ma nella teologia cattolica del suo tempo, la sua voce a stento poteva essere udita. Era troppo aliena rispetto alla forma dominante del pensiero teologico e anche della pietà. Nel gennaio del 1863 scrisse nel suo diario queste frasi sconvolgenti: “Come protestante, la mia religione mi sembrava misera, non però la mia vita. E ora, da cattolico, la mia vita è misera, non però la mia religione”. Non era ancora arrivata l’ora della sua efficacia. Nell’umiltà e nel buio dell’obbedienza, egli dovette aspettare fino a che il suo messaggio fosse utilizzato e compreso. Per poter asserire l’identità tra il concetto che Newman aveva della coscienza e la moderna comprensione soggettiva della coscienza, si ama far riferimento alla sua parola secondo cui egli – nel caso avesse dovuto fare un brindisi – avrebbe brindato prima alla coscienza e poi al Papa. Ma in questa affermazione, “coscienza” non significa l’ultima obbligatorietà dell’intuizione soggettiva. È espressione dell’accessibilità e della forza vincolante della verità: in ciò si fonda il suo primato. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché è compito suo esigere l’obbedienza nei confronti della verità.

La notizia della canonizzazione resa pubblica da Papa Francesco, anticipa di qualche giorno la ricorrenza della nascita di Newman: il 21 febbraio, un evento festeggiato per tradizione nella cappella della Congregazione dell’Evangelizzazione dei Popoli nella quale Newman celebrò la sua prima Messa il 3 giugno 1847 e a lui dedicata.

Qui tutte le informazioni: www.newmanfriendsinternational.org