San Vito, l’Arco di Gallieno e la pietra scellerata

chiesa di San Vito e Arco di Gallieno - Foto Mauro Monti

San Vito è uno dei 14 Santi Ausiliatori, molto venerati nel Medioevo, la cui intercessione veniva considerata particolarmente efficace in alcune specifiche malattie o necessità. Gli altri tredici sono: Acacio, Barbara, Biagio, Caterina d’Alessandria, Ciriaco, Cristoforo, Dionigi, Egidio, Erasmo, Eustachio, Giorgio, Margherita, Pantaleone. Viene invocato per scongiurare la letargia, l’epilessia, il morso di bestie velenose o idrofobe e il cosiddetto “ballo di San Vito”, scientificamente noto con il nome di còrea di Sydenham (chorea minor), detta anche corea infettiva o corea reumatica.

Le notizie sulla sua vita sono poche e scarsamente attendibili. Secondo la tradizione nasce a Mazara del Vallo (Trapani) nel III secolo in una ricca famiglia; rimasto orfano della madre, fu affidato ad una nutrice Crescenzia e poi al pedagogo Modesto, che essendo cristiani lo convertirono alla loro fede.

Vito cominciò a fare prodigi già dai 7 anni, tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo, e la sua fama arrivò fino all’imperatore Diocleziano che lo fece portare a Roma per mostrargli il figlio malato di epilessia.

Alla fine il ragazzo guarì, ma come ricompensa l’imperatore ordinò di torturarlo in seguito al rifiuto di Vito di sacrificare agli dei. Venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; poi lo gettarono fra i leoni che invece di assalirlo, diventarono improvvisamente mansueti e gli leccarono i piedi. Venne liberato dagli angeli e trasportato presso il fiume Sele dove morì, sfinito dalle torture subite, il 15 giugno 303.

E proprio da oggi, 15 giugno, nel giorno in cui la Chiesa ne celebra la memoria, riapre nel quartiere dell’Esquilino il sito archeologico adiacente alla Cripta della chiesa a lui dedicata. Dopo la Messa presieduta dal vescovo ausiliare del settore Roma Centro, mons. Gianrico Ruzza, saranno di nuovo accessibili antiche porzioni di mura del VI secolo a.C. fondate sulla Valle dell’Esquilino, nei pressi della prima Porta Esquilina, resti di basolato, opere idrauliche connesse all’acquedotto Anio Vetus. Sarà possibile visitare anche resti architettonici del primo ambiente del IV secolo d.C. e testimonianze delle sepolture cristiane disposte ai margini della strada romana e della fase medievale della prima chiesa.

Si può anche approfittare dell’occasione per visitare per la prima volta, o ritornare, in questo piccolo angolo di pace a due passi da arterie ipertrafficate, dai pellegrini diretti alla Basilica di Santa Maria Maggiore e dalle automobili dirette alla stazione Termini.

Addossato alla chiesa sorge l’Arco di Gallieno, che in origine era una delle porte dell’antica cinta muraria Repubblicana: la Porta Esquilina, interamente rifatta da Augusto a tre fornici. Nel 262 d.C. un privato cittadino – tale Marco Aurelio Vittore – la trasforma in arco onorario per l’imperatore Gallieno e la moglie Salonina. L’arco, del quale rimane solo il fornice centrale, conserva ancora l’iscrizione dedicatoria su due righe ripetuta sui due lati. L’arco segnava il limite dell’ampia zona franca, esente da gabelle, stabilita da Niccolò V nelle vicinanze della Basilica di S. Maria Maggiore per favorire tutti coloro che vendevano cibo e vino ai pellegrini. Fino al 1825, nella parte centrale dell’arco, da una catena di ferro pendevano le chiavi della Porta Salsicchia di Viterbo, come segno della riconquista della città da parte di Roma avvenuta dopo la ribellione del 1225. Ci fu un altro trofeo riportato nell’Urbe: la famosa patarina, la campana che andò a scandire il tempo e i principali avvenimenti della vita pubblica della città dalla Torre del Campidoglio.

La chiesa, che risale al IV secolo, fu restaurata nell’VIII e in seguito abbandonata. Sisto IV (1471 – 1484) la fece ricostruire e la affidò alle Suore di San Bernardo e successivamente ai Monaci Cistercensi. Fu restaurata di nuovo nel 1834 da Pietro Camporese il Giovane e alla fine dell’Ottocento da Alfredo Ricci.

L’interno è a tre navate e conserva all’altare maggiore una Madonna col Bambino di Antoniazzo Romano. Nella navata destra è murata la cosiddetta pietra scellerata, che secondo la tradizione è stata utilizzata come piano di tortura di numerosi martiri cristiani. Nel Medioevo si credeva che la raschiatura della stessa salvasse dal morso dei cani rabbiosi e a ben guardare lo stato di consumo della stessa, questi dovevano essere presenti in gran numero per le strade dell’Urbe.

Non rimane che bere un sorso di acqua fresca dalla graziosa fontana situata nei pressi della chiesa e proseguire il nostro cammino … ma questa è un’altra storia.

Fontana e Arco di Gallieno - Foto Mauro Monti