12 febbraio 2021, Chick Corea

Oggi se n’è andato una leggenda del Jazz: Chick Corea. Ha suonato nella band di Miles Davis alla fine degli anni 1960, collaborando in alcuni dei suoi album più famosi. Negli anni Settanta fondò Return to Forever, uno dei maggiori gruppi del movimento jazz-fusion.

Si può essere amanti del jazz senza avere neanche un disco? Conoscendo pochi titoli, pochi artisti? Si può amare il Jazz, o meglio: ci si può rendere conto di amare il jazz, leggendo un libro? È quello che è capitato a me, sfogliando le pagine di un romanzo molto particolare di un autore altrettanto particolare: Rayuela di Julio Cortázar.

In questo libro che come scrive lo stesso autore si può leggere in almeno due modi diversi, nella prima parte (del primo modo) racconta la vita in un appartamento di Parigi immersa nel jazz, con un susseguirsi di infiniti autori e brani. È un flusso continuo che trascina le parole e porta il lettore lì, sdraiato vicino ai protagonisti, a bere vino e a parlar del niente e del tutto.

A un certo punto Cortázar definisce il jazz in questo modo:

Il jazz è come un uccello che migra ed emigra o immigra e trasmigra, saltabarriere, burladogane, una cosa che corre e si diffonde e stanotte a Vienna sta cantando Ella Fitzgerald mentre a Parigi Kenny Clarke inaugura una cave e a Perpignan balzano le dita di Oscar Peterson, e Satchmo ovunque con il dono dell’ubiquità che gli ha concesso il Signore, a Birmingham, a Varsavia, a Milano, a Buenos Aires, a Ginevra, nel mondo intero, è inevitabile, è la pioggia e il pane e il sale, una cosa assolutamente indifferente ai riti nazionali, alle tradizioni inviolabili, alla lingua e al folklore; una nuvola senza frontiere, una spia dell’aria e dell’acqua, una forma archetipica, anteriore, sottostante, che riconcilia messicani e norvegesi e spagnoli e russi, li reincorpora al dimenticato oscuro fuoco centrale, torpidamente e malamente e precariamente li restituisce ad una origine tradita, indica loro che forse potevano esserci altre vie e che quella presa non era l’unica né la migliore , o che forse potevano esserci altre vie e che quella presa era la migliore, ma che forse ce n’erano altre più dolci da percorrere e che non le presero, o le presero a mezzo, e che un uomo è sempre più di un uomo e sempre meno di un uomo, più di un uomo perché racchiude in sé ciò cui allude il jazz e schiva e persino anticipa, e meno di un uomo perché di quella libertà ha fatto un gioco estetico o morale, una scacchiera su cui si riserva di essere alfiere o cavallo, una definizione di libertà che è insegnata nelle scuole, esattamente nelle scuole dove mai si è insegnato e mai si insegnerà ai bambini il primo tempo di un ragtime e la prima frase di un blues, eccetera, eccetera.