11 febbraio, le briciole

Oggi Marco ci racconta di quanto siano importanti le briciole e quanto sia importante non aver paura di chiedere, anche con faccia tosta, al Signore; di considerarlo come una persona viva, fratello e Padre.

Mc 7,24-30

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia». Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

La donna era forse pagana ma “appena seppe di lui” lo supplicò di salvare sua figlia; subito, quel “subito” che spesso incontriamo nella Scrittura a sottolineare che chi crede non aspetta niente e nessuno.

Anche noi, non prendiamo briciole? Ma in quelle briciole c’è tutto: piccole particole di un Tutto. E il sacerdote sta attento che nessuna piccola parte di quella singola ostia vada perduta, perché lì, in ogni singola briciola, o goccia di vino, c’è Gesù.

E quel non aver paura di controbattere? Quel non starci per l’amore di sua figlia e per quell’amore avvicinarsi e insistere.

Papa Francesco, proprio su questa insistenza nel pregare, spinta dall’amore per un figlio, raccontò questo episodio nell’omelia della Messa del 11 ottobre 2018 a Santa Marta:

«Credo che una volta vi ho raccontato: — ma non sono sicuro… — ero a Buenos Aires, in un ospedale c’era una ragazzina di nove anni con una malattia — queste malattie infettive contagiose — e in una settimana se ne sarebbe andata». Quando «i medici chiamarono i suoi genitori, dissero loro: “Abbiamo fatto tutto il possibile, ma non c’è niente da fare. In due o tre ore se ne andrà”». Allora «il papà, che era un operaio — un uomo semplice, lavoratore — e conosceva la realtà della vita come Gesù, se ne è andato dalla clinica, ha lasciato la moglie, ha preso il bus», percorrendo 70 chilometri fino al santuario della Madonna di Luján. È uscito intorno alle 18 ed è arrivato verso le 20, le 21, quando il santuario era ormai chiuso. Ma «quell’uomo rimase tutta la notte lì, davanti al santuario. E si aggrappava al cancello del santuario, quello che custodiva il santuario, e tutta la notte implorando la Madonna: “Io voglio mia figlia. Io voglio mia figlia. Tu puoi darmela”. Poi, verso le 5 o 6 del mattino, riprese il bus e tornò». Arrivò «verso le 9.30, e trovò la moglie un po’ disorientata, sola. La bambina non c’era. Pensò il peggio. E la mamma, la moglie, gli ha detto: “Sai, i medici l’hanno portata per fare un altro esame, non si spiegano perché si è svegliata e ha chiesto da mangiare, e non c’è nulla, sta bene, fuori pericolo”. Questo è successo. Lo so per certo». E l’insegnamento tratto dalla vicenda è che «quell’uomo forse non andava a messa tutte le domeniche, ma sapeva come si pregava, sapeva che quando» si è «nel bisogno, c’è un amico che ha la possibilità, ha del pane, ha la possibilità di risolverti un problema». Perciò «bussò tutta la notte».

La donna era pagana, non credeva in Dio, ma anche noi, cristiani e credenti, oggi, abbiamo difficoltà a metterci in confidenza con Dio. Gesù apprezza questo rapporto schietto, magari anche l’arrabbiarsi con Lui. Come Abramo, che San Paolo ha definito “saldo nella speranza contro ogni speranza” (Rm 4,18): si mette in cammino, accetta di lasciare la sua terra e diventare straniero, ma questo si rivela un cammino difficile, arriva il momento dello sconforto, nel quale Abramo si lamenta con il Signore, come racconta Papa Francesco nell’Udienza generale del 28 dicembre 2016:

Anche questo impariamo dal nostro padre Abramo: lamentarsi con il Signore è un modo di pregare. Alle volte sento, quando confesso: “Mi sono lamentato con il Signore …”, ed [io rispondo]: “Ma no! Lamentati, Lui è padre!”. E questo è un modo di pregare: lamentati con il Signore, questo è buono. Abramo si lamenta con il Signore dicendo: «“Signore Dio, […] io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco” (Elièzer era quello che reggeva tutte le cose). Soggiunse Abram: “Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio servo sarà mio erede”. Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: “Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”. Poi lo fa uscire fuori, lo condusse e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. E Abramo un’altra volta credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15,2-6).

“Questo suo lamentarsi è una forma di fede – continua Papa Francesco – è una preghiera. Nonostante tutto, Abramo continua a credere in Dio e a sperare che qualcosa ancora potrebbe accadere. Altrimenti, perché interpellare il Signore, lagnarsi con Lui, richiamarlo alle sue promesse? La fede non è solo silenzio che tutto accetta senza replicare, la speranza non è certezza che ti mette al sicuro dal dubbio e dalla perplessità. Ma tante volte, la speranza è buio; ma è lì la speranza … che ti porta avanti. Fede è anche lottare con Dio, mostrargli la nostra amarezza, senza “pie” finzioni. “Mi sono arrabbiato con Dio e gli ho detto questo, questo, questo, …”. Ma Lui è padre, Lui ti ha capito: vai in pace! Bisogna avere questo coraggio! E questo è la speranza. E speranza è anche non avere paura di vedere la realtà per quello che è e accettarne le contraddizioni”.

Briciole e insistenza, questo rimane di oggi.