10 febbraio, le grida degli stolti

Come racconta Marco oggi: tra i propositi di male che escono dal cuore dell’uomo c’è la stoltezza

In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».

Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.

E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza.

Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

(Mc 7, 14-23).

Chi è lo stolto? La definizione che ne dà la Treccani è questa:

stoltézza s. f. [der. di stolto; cfr. lat. stultitia, der. di stultus (v. stoltizia)]. – 1. L’essere stolto, modo di pensare e di comportarsi che dimostra, anche occasionalmente, scarsa intelligenza o perspicacia: tanta s. in terra crebbe, Che, sanza prova d’alcun testimonio, Ad ogne promession si correrebbe (Dante); ben sanno i prìncipi che la s. del volgo reputa veramente grande colui che in mezzo a cose preziose e grandi si ricovera (Alfieri); sarebbe s., pretendere di arrestare i voli dell’umano ingegno (Pisacane). 2. Con valore concr., atto, discorso, comportamento da persona stolta: fare, dire stoltezze.

Nella Bibbia il termine stoltezza è nominato 43 volte, mentre stolto o stolti altre 182 volte: 225 in totale, un numero elevato; d’altronde secondo i libri sapienziali l’umanità è divisa in due classi: quella dei saggi e quella degli stolti: “I saggi erediteranno la gloria, ma l’infamia è la parte che spetta agli stolti” (Pr 3:35).

Il saggio ovviamente può peccare (su questo, Salomone rappresenta uno dei più grandi esempi), come scritto anche nell’Ecclesiaste: “Non c’è sulla terra nessun uomo giusto che faccia il bene e non pecchi mai” (Ec 7:20). Tuttavia, il saggio ha in sé il germe del ravvedimento, mentre lo stolto che cade non ne possiede proprio.

In questo tempo di distanziamento sociale che dovrebbe attutire voci e comportamenti, attraverso i social arrivano grida ancora più scomposte, quasi che alzare il tono del proprio “parlare” sia necessario per dare riconoscibilità e peso al proprio pensiero, sempre più impalpabile però, e perso dietro all’hashtag del momento.

Occorre dunque fare silenzio e tornare ad ascoltare

“Le parole dei saggi ascoltate nella tranquillità valgono più delle grida di chi domina fra gli stolti” (Ec 9, 17)

E se dovessimo raffigurarla, la stoltezza? In questo ci viene in aiuto Giotto che, nella Cappella degli Scrovegni, a Padova, la dipinse intorno al 1306: è una figura maschile (appunto) messa di profilo, con i fianchi larghi (quasi da pallone gonfiato), addobbata come un giullare, col capo ricoperto di piume, un gonnellino con strascico, una treccia in vita a cui sono appese due sfere. Con la mano destra impugna una  grossa clava e il suo sguardo è rivolto verso l’alto, non alla ricerca dell’Altissimo, ma ad indicare che la sua testa è tra le nuvole.