Lesbo, ai confini dell’oblio. Tre anni dopo la visita di Papa Francesco

Sull’isola greca distante poche bracciate dalla costa turca, bambini, uomini e donne, sono ammassati in campi di accoglienza che di umano hanno ben poco. Fuggiti a torture e abusi, spinti da guerre o carestie, sicuramente da povertà, migliaia di persone vivono a Lesbo in condizioni disumane.

Nel dossier “Vulnerabili e abbandonati” diffuso da Oxfam, non ci sono solo numeri, ma madri che sono state mandate via dagli ospedali a soli quattro giorni da un parto cesareo e che si sono ritrovate a vivere in una tenda assieme ai figli appena nati; minori e donne sopravvissuti a violenze sessuali costretti a stare in un luogo dove non è garantita la sicurezza.

In base alle norme europee e greche, minori non accompagnati, donne incinte o con bambini piccoli, persone con disabilità e sopravvissuti a torture devono essere identificati come vulnerabili e quindi rientrare nel normale sistema di accoglienza per richiedenti asilo.

Le piogge e il maltempo di questo inverno ha trasformato la tendopoli in una palude di fango, con temperature che sono scese sotto lo zero portando anche la neve. In cerca di qualsiasi fonte di calore le persone bruciano tutto quello che trovano, anche la plastica.

Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, nel solo mese di gennaio circa 1.640 persone, principalmente afghani, hanno raggiunto la Grecia via mare. Sono 547 quelli che sono approdati a Lesbo. Qui sorge l’hotspot di Moria, uno dei centri del sistema europeo per l’identificazione dei migranti. Allestito in una ex struttura militare, il campo dispone di 3.100 posti ma ospita cinquemila persone (a settembre novemila). È gestito dal governo greco con l’aiuto dell’esercito, ma molti servizi sono delegati a Ong spesso al collasso.

Proprio a Moria si incontrarono nel 2016 Papa Francesco e il Patriarca Ecumenico Bartolomeo per manifestare la loro profonda preoccupazione per la tragica situazione dei numerosi rifugiati, migranti e individui in cerca di asilo. Nella dichiarazione congiunta, il loro appello affinché l’umanità non si voltasse dall’altra parte.

“Molti profughi che si trovano su quest’isola e in diverse parti della Grecia – disse Papa Francesco nel suo discorso alla cittadinanza – stanno vivendo in condizioni critiche, in un clima di ansia e di paura, a volte di disperazione per i disagi materiali e per l’incertezza del futuro. Le preoccupazioni delle istituzioni e della gente, qui in Grecia come in altri Paesi d’Europa, sono comprensibili e legittime. E tuttavia non bisogna mai dimenticare che i migranti, prima di essere numeri, sono persone, sono volti, nomi, storie. L’Europa è la patria dei diritti umani, e chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare, così si renderà più consapevole di doverli a sua volta rispettare e difendere. Purtroppo alcuni, tra cui molti bambini, non sono riusciti nemmeno ad arrivare: hanno perso la vita in mare, vittime di viaggi disumani e sottoposti alle angherie di vili aguzzini”.

Al termine del suo discorso, la recita di una preghiera:

Dio di misericordia,

Ti preghiamo per tutti gli uomini, le donne e i bambini,

che sono morti dopo aver lasciato le loro terre

in cerca di una vita migliore.

Benché molte delle loro tombe non abbiano nome,

da Te ognuno è conosciuto, amato e prediletto.

Che mai siano da noi dimenticati, ma che possiamo onorare

il loro sacrificio con le opere più che con le parole.

 

Ti affidiamo tutti coloro che hanno compiuto questo viaggio,

sopportando paura, incertezza e umiliazione,

al fine di raggiungere un luogo di sicurezza e di speranza.

Come Tu non hai abbandonato il tuo Figlio

quando fu condotto in un luogo sicuro da Maria e Giuseppe,

così ora sii vicino a questi tuoi figli e figlie

attraverso la nostra tenerezza e protezione.

Fa’ che, prendendoci cura di loro, possiamo promuovere un mondo

dove nessuno sia costretto a lasciare la propria casa

e dove tutti possano vivere in libertà, dignità e pace.

 

Dio di misericordia e Padre di tutti,

destaci dal sonno dell’indifferenza,

apri i nostri occhi alle loro sofferenze

e liberaci dall’insensibilità,

frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi.

Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui,

a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste

sono nostri fratelli e sorelle.

Aiutaci a condividere con loro le benedizioni

che abbiamo ricevuto dalle tue mani

e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana,

siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te,

che sei la nostra vera casa,

là dove ogni lacrima sarà tersa,

dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio.

Un membro di quella comunità, una donna ottantenne, che tanto si era spesa per aiutare i migranti approdati sull’isola è venuta a mancare da poco. Il suo nome era Maritsa Mavrapidou, divenuta famosa in tutto il mondo per via di una fotografia che la ritraeva, insieme ad altre due donne, mentre allattavano un bimbo migrante. Le tre donne, candidate al Nobel per la Pace, portavano vestiti e pane fatto in casa ai migranti.

In questo servizio a firma di Vito D’Ettorre, per il telegiornale di Tv2000, l’intervista e il ricordo di questa straordinaria donna:

Papa Francesco portò egli stesso da Lesbo in Vaticano, tre famiglie di rifugiati dalla Siria, 12 persone in tutto, di cui 6 minori. Erano persone già presenti nei campi di Lesbo prima dell’accordo fra l’Unione Europea e la Turchia – come ha spiegato padre Federico Lombardi nella conferenza stampa sull’aereo che riportava Francesco a Roma. “L’iniziativa del Papa è stata realizzata tramite una trattativa della Segreteria di Stato con le autorità competenti greche e italiane. I membri delle famiglie sono tutti musulmani. Due famiglie vengono da Damasco e una da Deir Azzor, che è nella zona occupata dal Daesh. Le loro case sono state bombardate. L’accoglienza e il mantenimento delle famiglie saranno a carico del Vaticano. L’ospitalità iniziale sarà garantita dalla Comunità di Sant’Egidio”.

È lo stesso Papa Francesco a spiegare i fatti: “E’ stata un’ispirazione di una settimana fa che propriamente è venuta a un mio collaboratore, e io ho accettato subito, subito, perché ho visto che era lo Spirito che parlava. Tutte le cose sono state fatte in regola: loro vengono con i documenti, i tre governi – lo Stato della Città del Vaticano, il Governo italiano e il Governo greco – tutto, hanno ispezionato tutto, hanno visto tutto e hanno dato il visto. Sono accolti dal Vaticano: sarà il Vaticano, con la collaborazione della Comunità di Sant’Egidio, a cercare loro un posto di lavoro, se c’è, o il mantenimento…. Sono ospiti del Vaticano, e si aggiungono alle due famiglie siriane che sono accolte già nelle due parrocchie vaticane”.

Durante la Liturgia della parola con la comunità di Sant’Egidio, in memoria dei “nuovi martiri” del XX e XXI secolo, nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina sabato, 22 aprile 2017, Papa Francesco ha raccontato un particolare in più di quella visita:

“Io vorrei, oggi, aggiungere un’icona di più, in questa chiesa. Una donna. Non so il nome. Ma lei ci guarda dal cielo. Ero a Lesbo, salutavo i rifugiati e ho trovato un uomo trentenne, con tre bambini. Mi ha guardato e mi ha detto: “Padre, io sono musulmano. Mia moglie era cristiana. Nel nostro Paese sono venuti i terroristi, ci hanno guardato e ci hanno chiesto la religione e hanno visto lei con il crocifisso, e le hanno chiesto di buttarlo per terra. Lei non lo ha fatto e l’hanno sgozzata davanti a me. Ci amavamo tanto!”. Questa è l’icona che porto oggi come regalo qui. Non so se quell’uomo è ancora a Lesbo o è riuscito ad andare altrove. Non so se è stato capace di uscire da quel campo di concentramento, perché i campi di rifugiati – tanti – sono di concentramento, per la folla di gente che è lasciata lì. E i popoli generosi che li accolgono devono portare avanti anche questo peso, perché gli accordi internazionali sembra che siano più importanti dei diritti umani. E quest’uomo non aveva rancore: lui, musulmano, aveva questa croce del dolore portata avanti senza rancore. Si rifugiava nell’amore della moglie, graziata dal martirio”.

A Lesbo, 3 anni dopo la visita di Papa Francesco, c’è ancora sofferenza e abbandono, ci sono grida inascoltate e pianti di bambini, uomini e donne senza più un sorriso, senza più la speranza. Ma il mondo preferisce volgere lo sguardo da un’altra parte, opposta a quella di Dio.